Messico, 27 mila scomparsi dal 2006.


Messico, 27 mila scomparsi dal 2006
«Lo Stato è responsabile»

Federico Mastrogiovanni, autore di «Ni vivos ni muertos», sulle sparizioni forzate nel Paese: «La vicenda dei 43 studenti scomparsi non è un caso isolato»

Nei cartelli esposti in piazza da chi chiede la riapparizione degli studenti si legge «responsabile è lo Stato». Che cosa significa?
È la definizione del delitto di desaparicion forzada adircelo, che nei Trattati internazionali viene descritto come quel sequestro di persona che veda un intervento da parte dello Stato a qualsiasi livello, per azione o omissione. In Messico, in molti casi, l’intervento è diretto, e le desapariciones sono operate fisicamente da agenti dello Stato, da soldati, forze polizia o funzionari pubblici (come nel caso degli studenti di Ayotzinapa), ma spesso si agisce anche per omissione: è molto frequente, ad esempio, che chi va a presentare denuncia dopo un sequestro venga invitato dal pubblico ministero a tornare a casa, che non ne vale la pena. Quella è una omissione, che può essere fatta da un funzionario corrotto, colluso o semplicemente impaurito. In ogni caso, lo Stato è responsabile.

Chi sono le vittime?

La maggioranza delle vittime sono giovani ragazzi maschi, tra i 18 e i 30 anni, di classe bassa e medio bassa. Secondo alcuni, in determinate aree del Paese è in quella classe d’età e sociale che è più facile che si crei scontento, e quei giovani entrino a far parte di movimenti antagonisti. Seminando il terrore in quelle fasce, si cassano così sul nascere alcune opportunità. Se negli anni 70-90, durante la guerra sucia (guerra informale, che contrapponeva apparati dello Stato a gruppi e organizzazioni antagoniste)che ha portato a 1.500 desapariciones, tracciare l’identità «tipo» della vittima di sparizione forzata era facile – o erano appartenenti alla guerriglia, a movimenti radicali e studenteschi, o familiari o amici di queste persone- oggi le vittime hanno un profilo apparentemente casuale, e questo aumenta l’incidenza del terrore, perché tutti siamo possibili vittime. Secondo uno psicologo che ho intervistato, in Messico fino a 3,5 milioni di persone hanno relazioni dirette con vittime di sparizione forzata.

Chi è che ci guadagna? Qual è l’obiettivo di questo fenomeno?
Ci siamo resi conto, analizzando in profondità il fenomeno, che certe pratiche sono legate a luoghi dov’è forte la presenza di risorse naturali. Ad esempio, alla Cuenca de Burgos, territorio tra gli Stati di Tamaulipas, Nuevo León e Coahuila, nel Nord-est, dove ci sono importanti riserve di idrocarburi e dove, dal 2007 in poi, le sparizioni hanno conosciuto una crescita verticale. Le recenti riforme legislative messicane in materia energetica evidenziano come a guadagnare siano le aziende che in certe zone del Paese puntano a sfruttare petrolio, shale gas, anche attraverso la pratica del fracking, acqua e le altre risorse ambientali. Quando tu generi violenza, il desplazamiento forzato della popolazione, e un clima di terrore, difficilmente si crea opposizione nei confronti dei megaprogetti. Nello Stato di Tamaulipas (nella zona del Golfo del Messico, ricca di giacimenti di idrocarburi, ndr) ci sono zone intere dove non vive più nessuno. Dentro un clima di violenza generalizzata, e pertanto più «accettata», diventano vittime anche attori politici di opposizione, leader comunitari, vittime che però non si percepiscono come tali all’interno di un clima di violenza. Si tratta, però, di omicidi o desapariciones forzadas mirate.

Nel libro c’è un parallelo tra il Messico del ventunesimo secolo e pratiche della Germania nazista. Che cosa hanno in comune?
La pratica della sparizione forzata venne «codificata», nel 1941, con un decreto conosciuto come Nacht und Nebel, Noche y Niebla in spagnolo, notte e nebbia in italiano. L’obiettivo, secondo quanto spiegavano i nazisti, era quello di generare un terrore che paralizzasse la società. Attraverso questo messanismo, inoltre, non si creano martiri, né si lascia ai familiari la possibilità di avere pace».

Il terrore è, dev’essere permanente, perché «la morte uccide la speranza, ma la desaparición è intollerabile perché anche se non uccide non ti permette di vivere». Queste parole di Elena Poniatowska, scrittrice ed intellettuale messicana, stanno scritte su un muro del «Museo de la memoria indomita», a Città del Messico, circondate dalle fotografie in bianco e nero delle vittime della guerra sucia, di coloro che non sono mai rientrati.

http://www.corriere.it/esteri/14_ottobre_23/messico-27-mila-scomparsi-2006-76bf7596-5ab4-11e4-a20c-1c0cce31a000.shtml

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