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Il Messico e la giustizia dei Narcos

Il governo vuole realizzare centri ecoturistici Gli zapatisti denunciano lo sgombero e la distruzione di una comunità indigena

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In Chiapas torna l’odore della guerra

Inserito il 10 Maggio 2008 alle 22:51

di Sarah Di Nella - Tratto da: carta.org

 I municipi autonomi zapatisti sono nel mirino del governo: per riprendersi la terra moltiplica sgomberi e aggressioni. Marcos torna nella selva. In Chiapas è scattato un tacito ma reale allarmerosso.

“Quelli che fra noi hanno fatto la guerra sanno come riconoscere le vie con cui si avvicina. I segni della guerra all’orizzonte sono chiari. La guerra, come la paura, ha anche un odore. E adesso stiamo iniziando a respirare il suo fetido odore nelle nostre terre», ha detto il subcomandante Marcos il 16 dicembre scorso, in un discorso intitolato «Sentire il rosso: il calendario e la geo-grafia della guerra», l’ultimo suo intervento pubblico, almeno per un po’.

Marcos ha ricordato che nonostante tutti vedano in lui l’ideologo dello zapatismo, è innanzitutto il«capo militare» dell’Ezln.Si è soffermato a spiegare cos’è il caracol per i popoli indigeni. Non la piccola lumaca che immaginiamo ma una conchiglia dei mari caraibici, usata per richiamare la gente. Ed è proprio quello che il «sup» ha cercato di fare, prima di tornarsene nella selva: la Otracampaña è chiusa e gli zapatisti sono entrati in un tacito, ma non per questo meno reale, allarme rosso.

Che i tempi siano cambiati, lo si vede per esempio nel villaggio di Bo-lon Ajaw, nei dintorni delle cascate di Agua Azul. Le cascate sono gestite dall’Organizzazione per la difesa dei diritti indigeni e contadini [Opddic].

Dietro questo nome si cela l’organizzazione paramilitare più potente del Chiapas, che ha assorbito anche i famigerati sgherri di «Paz y justicia». Vicino si estende il territorio recuperato dai zapatisti nel 1994, dove ci sono altre cascate non ancora sfruttate dal turismo. 339 ettari di terreno dove vivono 47 famiglie che ne coltivano 40 ettari.
«La comunità è abbastanza povera – racconta Fabio Bianchi, di Dignidad Rebelde, appena tornato dal Chiapas – non c’è acqua corrente né elettricità. Il governo ha proposto di comprare queste terre e di fronte al rifiuto, sono iniziate le minacce di morte e presto anche le aggressioni, compiute dai paramilitari dell’Opddic».
Il governo statale di Juan Sabines [Prd] vuole le terre per realizzare un megaprogetto «ecoturistico», con annessa autostrada. Per questo anche le brigate internazionali di interposizione di pace sono finite sotto attacco.
«La strategia governativa è semplice – spiega Fabio Bianchi – Vogliono fare credere che i conflitti in Chiapas siano intercomunitari e li fomentano, riassegnando le terre recuperate a comunità indigene non zapatiste.
Questo porterà a breve a un intervento dell’esercito. Per gli zapatisti lottare contro il neoliberismo consiste nel riprendersi la terra. E ora c’è una con-troffensiva governativa che mira a recuperarla per darla ai latifondisti».
In questa guerra a bassa intensità, quello che è cambiato è l’arrivo, negli scorsi anni, di reparti speciali e ben addestrati dell’esercito. Un tassello in più nella militarizzazione del Messico attuata dal presidente Felipe Calderon. Accade lo stesso in tutti i posti caldi del paese, da Oaxaca al nord in mano al narcotraffico.
Per ora tra gli zapatisti prevale la ricerca del dialogo con i paramilitari, che nonostante tutto sono «fratelli indigeni». Ma ribadiscono con fermezza che la terra è loro e non se ne andranno. Piuttosto moriranno. «Anche perché – dice Fabio Bianchi – le terre sottratte ai latifondisti nel 1994 non sono andate solo agli zapatisti ma a tutte le comunità indigene che lo hanno richiesto. Anche questo significa ‘Para todos todo, nada para nosotros’».

Per dare una mano agli zapatisti la presenza della società civile internazionale è più che mai utile. Dal 1 al 15 febbraio ci sarà una nuova missione della Commissione civile internazionale di osservazione per i diritti umani, che compierà la sua sesta visita nel paese e la quarta in Chiapas.
Il Centro dell’analisi politica e del-e indagini socio-economiche [Capise] ha inoltre lanciato una campagna di boicottaggio delle visite turistiche alle cascate di Agua Azul, perché si fermi la violenza contro le basi di appoggio di Bolon Ajaw e il resto dei caracol.

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